Chiodo non scaccia chiodo: il picco non ci salva dal riscaldamento globale

un assaggio dell’ articolo di Ugo Bardi su Effetto Cassandra, del perchè bisogna tenere conto di tutti i fattori in gioco:

Picco del petrolio o riscaldamento globale, qual’è il problema più importante? Difficile dirlo, ma una cosa è sicura; non possiamo aspettarci di risolvere un problema con un altro. Ovvero: chiodo non scaccia chiodo.

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Quello di Parigi, nel 2003, fu il primo convegno ASPO – l’associazione per lo studio del picco del petrolio – al quale partecipai. Erano tempi in cui tutto era ancora nuovo per me; la prima volta in cui incontrai i grandi maestri del petrolio in carne ed ossa: Jean Laherrere, Colin Campbell, Kenneth Deffeyes, Ali Morteza Samsam Bakthiari e tanti altri.
A quel convegno, non ero il solo che rimase impressionato dal messaggio di ASPO. Mi ricordo che a un certo punto qualcuno del pubblico prese la parola; evidentemente piuttosto scosso. Disse, più o meno, “non è possibile che abbiamo sprecato tanto tempo a preoccuparci del clima per poi accorgerci che il petrolio finisce e allora finisce anche il problema del riscaldamento globale”.
Quel tale aveva torto marcio, come mi accorsi più tardi. Ma, in quegli anni, mi parve veramente che il picco del petrolio avesse tolto importanza al riscaldamento globale. Certo c’era stata la grande ondata di calore estivo del 2003  che provocò la morte di decine di migliaia di persone in Europa. Ma a me sembrò più che altro un evento speciale, non un sintomo di una tendenza. Gli scenari dell’IPCC indicavano un graduale riscaldamento che si stemperava all’orizzonte verso la fine del ventunesimo secolo. Invece, il picco del petrolio veniva previsto entro un decennio e il solo concetto di “picco” indicava qualcosa di drammatico, un cambiamento epocale. Sembrava veramente che fosse fuori luogo preoccuparsi di eventi lontani e poco definiti come le temperature della fine del secolo.

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