Detroit, un laboratorio per il post crisi

Un articolo di Federico Rampini su Repubblica.it: Detroit, la città è stata vittima della crisi del mercato automobilistico prima e della svalutazione delle case poi. La città ha subito un ridimensionamento della popolazione e della ricchezza con conseguenze importanti sulla sua identità. Il nuovo Sindaco, preso atto della situazione, non ci stà a vivacchiare rimpiangendo i fasti passati e pensa a dare un nuovo futuro alla città.

Il contesto è molto diverso dal nostro, Detroit è una città americana con una storia importante alle spalle, ma a leggerla con gli occhi da “Transitioners” ci sono le prime indicazioni sulla direzione in cui pensare il nostro futuro. Vi invito a leggere l’articolo che segue:

DETROIT – L’appuntamento è davanti alla Mount Carmel Missionary Baptist Church. L’ex capitale dell’automobile è diventata una terra da missionari. Intorno alla chiesa c’è un quartiere di villette monofamiliari, qualcuna ancora linda e graziosa, con l’erba del prato tagliata di recente, ultimi fortini di resistenza aggrappati al benessere di una volta. Attorno, stringono l’assedio le case coi vetri rotti, le porte sfondate, i tetti pericolanti, i garage incendiati, uno scenario di distruzione violenta, come se un esercito straniero si fosse fatto largo coi tank e i lanciafiamme. “Immagina cosa succede – mi dice il missionario Jeffrey Jones – quando a fianco a casa tua improvvisamente c’è il vuoto, i vicini scompaiono, qualcuno prima di fare le valigie inchioda alle finestre un asse di legno. È un mondo che crolla. Al posto dei tuoi vicini arrivano i senzatetto e gli spacciatori. E pensare che questo era stato per un secolo un quartiere fantastico. Da una parte c’era la fabbrica della Chevrolet. Dall’altra una solida middle class nera: tecnici industriali, avvocati, medici. E poi un centro di vita culturale, qui c’era Motown, la casa discografica che fu la culla del rythm and blues, della musica soul. Al sabato sera c’era nei locali si faceva la fila per entrare”.

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Ora in quest’angolo depresso della Oakland Avenue, tra il Grand Boulevard e la Woodward, Jones con la sua Next Detroit Neighborhood Initiative è il protagonista di un esperimento unico al mondo. Spopolata dalla crisi industriale e poi da quella immobiliare, devastata dalle tensioni razziali e dalla criminalità, proprio quando sembrava condannata a diventare una città-fantasma, Detroit ha avuto un’illuminazione. Il suo nuovo sindaco, l’ex campione di basket e industriale siderurgico Dave Bing, ha capito che Detroit va “ristretta” drasticamente, come i suoi abitanti. Da due milioni negli anni Cinquanta, sono scesi a 790.000. E allora anche la città deve ritirarsi, “ridurre la sua impronta ambientale”, dice Bing. “Non avrò mai più i mezzi – dice il sindaco – per distribuire l’acqua potabile, il gas e la luce, i turni di polizia, su una superficie di 139 miglia quadrate.

Diecimila case vanno distrutte, rase al suolo. Chi vuole restare nei quartieri disabitati deve accettare di vivere come nelle campagne più remote, senza servizi pubblici”. Questa drammatica ritirata della città, che inverte due secoli di espansione industriale, è l’occasione per rinascere diversi.

Jeffrey Jones mi guida a visitare i primi parchi “tascabili” dove il verde pubblico si allarga al posto del cemento e dell’asfalto.

Passeggiamo in mezzo agli orti in città dove i pomodori stanno maturando al sole. “Da tre generazioni – dice Jones – noi neri di Detroit non sapevamo più cosa fosse la terra, la natura”. Nel cuore dell’industria dell’auto, il centro di Detroit si trasforma a sua volta in una città-giardino: lungo il delta del fiume che sfocia nel lago vedi solo pedoni e ciclisti, una spettacolare ristrutturazione ha cambiato il volto del quartiere direzionale.
Niente motori, è tutta pedonale la grande passeggiata panoramica.

Ed è solo l’inizio di un progetto visionario, fatto di giardini pensili e boschi a ridosso dei grattacieli.
La sfida di Detroit è spericolata. Mai nessuna città ha osato immaginare una “operazione a cuore aperto” così dolorosa.

Amputarsi di diversi quartieri, cancellarli dalle carte, è diventato inevitabile. “Noi ci paragoniamo a New Orleans – mi dice Ann Lang che dirige la Downtown Detroit Partnership, un’alleanza di forze sociali e imprenditoriali per salvare la città – però l’uragano Katrina avvenne in un istante, la nostra distruzione si è prolungata per anni. In un certo senso è peggio”. Se ci fosse stato un uragano, un terremoto, un disastro ambientale, Detroit sarebbe sulle prime pagine dei giornali, avrebbe conquistato un posto nelle emergenze nazionali. E’ vero che la sua crisi è più acuta che a New Orleans. Dopo Katrina il tasso di disoccupazione nella città sommersa raggiunse l’11%, a Detroit è 28,9%. E’ un livello da Grande Depressione degli anni Trenta (la media nazionale americana oggi è il 9,5%). La drammatica ritirata dello Stato annunciata dal sindaco Bing è inevitabile: senza una calamità che faccia scattare i soccorsi della protezione civile il Comune non ha davvero più i mezzi per fornire i servizi essenziali su tutto il perimetro cittadino. Deve inventarsi un’altra idea di città. Ma se la sua scommessa è vincente, Detroit potrebbe tornare a ispirare l’America, come altre volte nel suo passato.

“Questa città ha avuto una storia gloriosa – mi dice Ralph Gilles, top manager della Chrysler e responsabile del marchio Dodge sotto la gestione Marchionne – qui il sogno dell’auto ha unito tutti. Ha funzionato da motore per la costruzione di una middle class multietnica: neri, immigrati dall’Europa, dai paesi arabi. Fu la terza città più ricca d’America, c’erano più yacht immatricolati qui che a New York e Miami”. Il livello di ricchezza che fu raggiunto non si può immaginare né a Torino né a Wolfsburg. Essere metalmeccanico con il contratto sindacale della United Auto Workers voleva dire guadagnare un salario tale da comparsi la seconda casa sul lago, cambiare l’auto ogni due anni, mandare i figli all’università. Dal primo Novecento Detroit è la vetrina del contratto sociale americano, il fordismo. Nel 1914 Henry Ford decide di sua iniziativa un aumento salariale record per quell’epoca, alza a 5 dollari la paga giornaliera, perché “gli operai devono poter comprare il modello Ford-T”.

La metropoli del Michigan diventa un magnete per i neri che abbandonano il Sud segregazionista: l’80% della popolazione cittadina è afroamericana. Allora viene definita the City of Homeowners (la città dei piccoli proprietari di case) e “l’arsenale della democrazia americana”. “Nella sua età dell’oro Detroit è un laboratorio di consenso sociale e aspettative crescenti” dice Gilles. Con il boom degli anni Cinquanta si espande fino a occupare un territorio più largo di Manhattan, Boston e San Francisco messe assieme. In questa dilatazione estrema compaiono i primi segni di crisi di un modello. Gli anni Settanta con la crisi energetica e l’invasione dell’auto giapponese cementano un’alleanza corporativa tra il capitalismo di Gm-Ford-Chrysler e il sindacalismo della Uaw. La forza politica del sindacato è decisiva per far passare al Congresso le barriere protezioniste, poi negli anni Ottanta e Novanta ritarda le normative ambientali.

Intanto le crepe sono diventate visibili nell’edificio sociale. Il 1967 è l’anno degli scontri razziali più violenti, 43 morti. I bianchi abbandonano Detroit, si rifugiano nelle cittadine della cintura periferica, dove si ricorda ancora oggi il proclama di un sindaco: “Se un nero prova a traslocare qui interveniamo più rapidamente che per spegnere un incendio”. La città elegge nel 1973 il primo sindaco nero, Coleman Young, al potere per vent’anni di seguito con un’idea fissa: vendicarsi dei bianchi. Young ama definirsi M. F. I. C., motherfucker in charge (il figlio di puttana al potere). Detroit si conquista una fama sinistra come capitale della droga, delle gang, con il record nazionale degli omicidi. Il colpo di grazia arriva nella recessione 2008-2009.

Epicentro della crisi sono due settori-chiave per la città: l’auto e il valore delle case. Gm e Chrysler finiscono insieme in bancarotta. Licenziamenti e crisi dei mutui si accaniscono contro i proprietari di case. Dall’inizio della crisi 55.000 abitazioni sono state oggetto di pignoramento giudiziario. Il 27,8% delle case di Detroit sono ufficialmente “vacanti”: vuote dopo l’espulsione dei proprietari insolventi con le banche, o degli inquilini morosi. E’ la fine della parabola. Il destino tragico della città diventa il simbolo di una vicenda ancora più grande, la ritirata dell’industria americana, la fine di un’egemonia mondiale, il tramonto della cultura manifatturiera e dei colletti blu che s’identificavano con i suoi valori.

“Ora basta guardare al passato – dice il sindaco Bing – io non mi accontenterò di sopravvivere nella mediocrità. Questa città merita altro”. I segni di una rinascita vengono dal mondo della cultura e della scienza. “Le università e i grandi centri di ricerca medica degli ospedali cittadini hanno ripreso ad assumere – dice Gilles – sono due settori che tirano nell’economia cittadina. I generosi sgravi fiscali offerti dal Michigan lanciano Detroit come capitale del cinema lowcost, con spese di produzione molto inferiori a Hollywood”. Gran Torino di Clint Eastwood e Tra le nuvole con George Clooney sono stati girati qui. 50 film prodotti nel 2009, 4.200 posti di lavoro stabili, più 4.000 contratti a termine.

L’idea più rivoluzionaria del sindaco Bing è “l’agricoltura urbana”. Non è più un’utopia da comuni hippy, o una provocazione di ambientalisti radicali. Protagonista di questo progetto è uno dei maggiori capitalisti di Detroit, John Hantz, ex trader dell’American Express, oggi alla guida di una società finanziaria da lui creata, con 500 dipendenti e 1,3 miliardi di patrimonio gestito. Hantz è convinto che nel Terzo millennio “l’agricoltura può riprendersi il territorio che le era stato rubato dall’industria e dall’urbanizzazione”. A Detroit, osserva, “abbiamo 200.000 lotti di terreno senza un padrone, derelitti”. E’ ora di trasformarli in giardini e orti, “un enorme risparmio per il Comune rispetto alle spese di gestione di un tessuto urbano”. E chi dice agricoltura urbana non pensi a trattori, fertilizzanti chimici. “Nulla di invasivo – spiega Hantz – qui avremo frutteti agrobiologici, produrremo mele, pesche, prugne, lattughe”. E’ così che il sindaco pensa di riempire gli enormi spazi lasciati vuoti dal trasferimento di interi pezzi della popolazione verso la nuova Detroit, più piccola e più sana. Leader dei suoi avversari, il reverendo Horace Sheffield lo accusa di voler fare “una pulizia etnica, come il genocidio degli indiani d’America”. Ma l’alternativa sono i quartieri fantasma invasi dalle gang della droga, dove il bolletino dei morti continua a crescere. “Siamo un caso estremo – dice Ann Lang – forse proprio perché abbiamo toccato il fondo, possiamo diventare un modello per il futuro di tante altre città”.

Mi lascio alle spalle il quartiere semidistrutto vicino alla missione, le case sventrate e saccheggiate. La mia visita si conclude sul lungo-fiume dove sorgeranno i giardini pensili. E’ un altro mondo, bagnato dalla luce, invaso da una folla ridente che ha imparato a camminare. Come nell’ultima scena del film Gran Torino, l’unica girata sul lago e solare, Detroit sembra girare le spalle al passato e rivolgersi verso questa immensità d’acqua azzurra, alla ricerca di una conferma che il suo sogno è possibile.

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