Metropoli in Transizione: Missione impossibile?

20-01-2011: Aggiungo una nota iniziale che integra il post su Transition Italia sullo stesso articolo: Dario Tamburrano racconta la sua esperienza a Roma, in parte sta succedendo anche a Ferrara:

“Una società, in grado di darsi un nome, vive nelle sue storie, le arreda e le abita. Saliamo sulle storie come su zattere, o le dispieghiamo su un tavolo come mappe. Esse falliscono sempre, alla fine, e devono essere reinventate. Il mondo è troppo complesso per i nostri schemi, soprattutto se deve rientrarci per lungo tempo.” William Kittredge

Quante volte ci siamo chiesto se sia realistico immaginare un processo di Transizione nei contesti metropolitani di milioni di abitanti?

E’ questa una questione ampiamente dibattuta in varie parti del mondo all’interno del Movimento di Transizione.

Chi di noi in Italia vive nelle grandi città come Roma, Milano, Torino o Napoli, effettivamente incontra delle difficoltà nel ricostruire una comunità locale sostenibile e resiliente, ed è certamente vero che sia una missione destinata a un sicuro fallimento, se si pensa di affrontarla da “soli”!

Quel che abbiamo potuto leggere e sperimentare finora, ci conferma che non si può pensare in altri termini, se non con la creazione di gruppi di quartiere, meglio ancora se rionali, preferibilmente costituiti di persone che vivono in vie adiacenti o addirittura nello stesso condominio.

Affinchè questo accada è necessario che in città ci siano un certo numero di referenti iniziali che possano facilitare l’aggregazione di una massa critica di persone interessate. Salvo casi particolari (e fortunati) i primi tempi si assisterà a una dislocazione geografica a “macchia di leopardo”, dall’aspetto “caotico”, fino al momento che la densità sullo stesso territorio di più persone attive nella propria comunità, bene informate e che si sono messe in contatto, permetterà in alcune zone il nascere di una o più iniziative cittadine.

Ci vuole del tempo e nessuno può dire quanto, ma non è affatto detto che sia un qualcosa di impossibile: i tempi (nonostante tutto) maturano e in alcuni ambiti la consapevolezza e la coscienza collettiva evolvono, a volte in maniera inaspettata e improvvisa.

A Roma per esempio, a due anni dalla nascita del Movimento di Transizione in Italia, esiste attualmente un certo numero di persone che conoscono il tema e che non aspettano altro di trovare dei “vicini” di percorso.

Abbiamo iniziato a scriverci, ci siamo visti prima di Natale e ci incontremo di nuovo questo sabato e  i prossimi giorni.

L’articolo che segue che potete leggere cliccando qui sotto sul seguito di questo post, ci racconta l’esperienza di Los Angles in Transizione e ci fornisce conferma che questa è probabilmente la via da percorrere insieme.

foto: TheGiantVermin via Flickr

di Joanne Poyourow

Pubblicato originariamente su Transition Voice Magazine: www.transitionvoice.com

traduzione di Deborah Rim Moiso

Pensieri sulla Transizione a Los Angeles

A volte riesco a credere a sei cose impossibili prima di colazione. – Lewis Carroll

Nel 2005, anno in cui stavo scrivendo un romanzo sulla trasformazione di Los Angeles, proprio mentre Rob Hopkins e i suoi studenti davano gli ultimi ritocchi al primo piano di discesa energetica al mondo nella lontana Kinsale, in Irlanda, presi parte a un seminario di Permacultura a Santa Barbara, qui in California. Secondo i principi della Permacultura, possiamo ri-pianificare con consapevolezza una cultura umana più sostenibile, o permanente.

In una sessione secondaria, quel giorno, sul tema “Permacultura Urbana”, uno dei partecipanti domandò: “Tutto questo andrà anche bene per le piccole cittadine, ma cosa si può fare in una metropoli come Los Angeles?”

L’istruttore alzò le mani e scrollò le spalle. Impossibile.

Seguirono momenti di disagio: in un gruppo che doveva rappresentare le correnti di pensiero più innovative della California del Sud, non c’era nessuno che avesse una risposta.

Molta gente mi ha ripetuto la stessa cosa nel tempo, di persona o via email: impossibile. Ma come fai anche solo a pensare di fare la Transizione a Los Angeles? Questa città è semplicemente troppo grande.

Eppure, i gruppi di Transizione si raccomandano sempre di cominciare dal luogo in cui ci si trova. Bene, io mi trovo proprio a Los Angeles, undicesima nella classifica delle metropoli più estese al mondo. 10, 12 milioni di persone. E noi, allora, abbiamo cominciato da qui.

La Transizione a Los Angeles

Il buon senso dice che è impossibile, ma di cose impossibili ne succedono tutti i giorni.

Il Movimento di Transizione a Los Angeles si presenta oggi come un insieme di iniziative di quartiere. Abbiamo un hub, un nodo principale, che offre sostegno e risorse a sette iniziative locali ben avviate, che tengono incontri regolarmente, e ad altri gruppi che tengono incontri di Transizione in maniera più sporadica.

In una settimana-tipo troverete diversi eventi collegati alla Transizione nella nostra rete locale (e decine di altri incontri correlati nella regione o presso altri gruppi). Sono passati due anni da quando abbiamo cominciato e la nostra mailing list arriva a circa duemila persone, per non parlare di quelli che ricevono nostre notizie da altri contatti. La nostra squadra di divulgatori ha un’agenda fittissima, rispondendo ogni settimana alle molte richieste che arrivano da altri gruppi.

Dalle iniziative di Transizione locali sono nate banche del tempo, orti di quartiere, strutture per la raccolta dell’acqua piovana, una rete di ridistribuzione del cibo autoprodotto e laboratori mensili su salute e medicina alternativa. Tra gli eventi più memorabili ci sono stati laboratori di panificazione,cene a km zero, laboratori di “Restauro Abiti Usati” e una Festa dei Gallinacei… in cui tutti hanno partecipato alla costruzione di un pollaio.

Guardate oltre la superficie di ogni incontro o progetto e troverete molto di più di una nuova “moda verde”. Parliamo di sforzi consapevoli nella ricerca di soluzioni che rispondano alle grandi sfide che l’umanità deve oggi affrontare: il picco petrolifero, il cambiamento climatico e la recessione economica, tutto insieme. E tutto su un piano locale, di quartiere.

Nel 2005, mentre tornavo a casa da Santa Barbara, se qualcuno fosse venuto a raccontarmi le cose che sarebbero successe nei cinque anni seguenti, avrei riso tra le lacrime e avrei detto che era, beh, impossibile.

Troppo grande.

Le cose difficili le facciamo subito, per quelle impossibili ci vuole un po’ di tempo. – Motto del Genio Militare Americano durante la Seconda Guerra Mondiale.

Chi ci critica ha ragione: è veramente “troppo grande”. Quindi, noi cerchiamo di non pensarci.

Nell’ambito di Transition Los Angeles ci interessa concentrarci su quel che c’è da fare, sui progetti pratici. Vogliamo stimolare un cambiamento positivo, toccare i cuori e le teste delle persone, di coloro che ci stanno intorno, qui, nel nostro vicinato. Circa una volta al mese il nostro gruppo guida si riunisce e insieme raccogliamo il coraggio necessario a dare uno sguardo alla panoramica generale, per esempio per elaborare strategie per far conoscere la Transizione in nuovi angoli della città.

Detto questo, la maggior parte del tempo la passiamo a costruire un’atmosfera di sostegno gli uni per gli altri e ad aiutare i nuovi arrivati che vogliono lavorare sui propri quartieri. Siamo una rete fatta di molte persone che fanno cose molto positive, su un piano estremamente locale. Ci ricordiamo costantemente a vicenda di cominciare in piccolo, di creare il cambiamento dove sappiamo di poterlo fare e di avere fiducia nel fatto che il resto verrà da sé.

E’ impossibile pensare di poter trasformare tutta Los Angeles, tutta la nostra società, la civiltà occidentale, l’economia globalizzata, il mondo contemporaneo! E’ troppo grande. Ma quali sono le alternative? Arrendersi e non fare niente? L’inazione, davanti a questi problemi, sarebbe incosciente e dissennata.

Ci sono persone che amano declamare la fine del mondo ai quattro venti, dicendo di voler “risvegliare” le coscienze della gente. Per come la vedo io, diffondere solo cattive notizie, senza mai proporre soluzioni, è un comportamento assolutamente inadeguato. In questo momento della storia dell’umanità, dobbiamo andare oltre la diffusione di informazioni e paure – dobbiamo intraprendere azioni costruttive.

Ed è qui che si inserisce il movimento di Transizione.

La seconda dimensione.

Il nostro primo compito è creare una struttura-ombra economica, sociale e anche tecnologica, pronta a sostituirsi al sistema dominante al suo disfarsi” David Ehrenfeld.

Joanna Macy parla di tre dimensioni che caratterizzano il Great Turning, la “Grande Svolta”. In molti casi, l’ambientalismo come siamo abituati ad immaginarlo è una manifestazione della prima di queste tre dimensioni: Impedire le Azioni Distruttive, opporvisi rallentando il danno che viene fatto alla Terra e ai suoi abitanti.

L’approccio di Transizione delineato da Hopkins, applicato e riadattato da centinaia di gruppi intorno al mondo, si muove prevalentemente all’interno della seconda dimensione di cui parla la Macy: Creare Nuove Strutture, ovvero mettere in piedi vere e proprie alternative strutturali. Ma il movimento di Transizione si interseca anche con la terza di queste dimensioni: un Cambiamento nelle Coscienze, una svolta in termini dei valori che abbiamo interiorizzato.

Uno dei motivi per cui ho aderito al movimento di Transizione è che mi è sembrato, tra gli approcci disponibili, il più fattibile, il più ad ampio raggio, il più profondo, il più rispondente alla “seconda dimensione”. Molto semplicemente, non ho incontrato nessun’altra organizzazione impegnata a costruire nuove strutture in maniera così organica, ben informata ed approfondita.

David Holmgren ha creato il Fiore della Permacultura, un diagramma che uso spesso nelle mie presentazioni perché copre tutto l’esperienza umana nella sua vasta complessità. L’ambientalismo convenzionale, in molti casi, si occupa solo di uno o due petali di questo fiore.

L’unicità del pensiero di Hopkins sta nel fatto che ha trovato un modo di applicare la filosofia permaculturale alla Holmgren a ogni petalo della corolla: dalle comunità alle città, dalla politica all’economia. Il movimento di Transizione si occupa di quello che possiamo fare per muoverci nella direzione di una cultura umana durevole. E non cominciando col fare tabula rasa, ma a partire da quello che abbiamo ora.

Il movimento di Transizione prende in considerazione una panoramica completa e realistica della situazione: i nostri edifici assetati di energia, le nostre città completamente asfaltate, la demografia urbana, il sistema alimentare globalizzato, la nostra economia allo sfascio. Combina la realtà com’è ora, con il sogno di ciò che potrebbe essere domani. Chiama in azione la creatività collettiva delle persone del luogo. E poi elabora un piano.

In questo direi che la Transizione è unica. Non mi pare ci siano altre organizzazioni che stanno elaborando un piano, rimpiazzando con nuove strutture le strutture disfunzionali che abbiamo oggigiorno, all’interno delle comunità locali, una dopo l’altra, supportando un lavoro creato dal basso dalla gente. Non ho mai sentito di altre reti organizzate intorno allo scopo di rispondere con tale efficacia alla seconda dimensione come la racconta Joanna Macy.

L’approccio di Transizione sta muovendo i primi passi, e non è perfetto, e non sappiamo di certo se funzionerà. Ma è la cosa migliore che abbiamo.

Non siamo soli

Un’iniziativa di Transizione raccoglie le energie per far accadere le cose e poi sostiene i progetti che emergono. – Transition Network, da una discussione sul pattern language.

Non possiamo pensare di poter trasformare Los Angeles con un gruppo guida pan-urbano di 20 persone o con qualche migliaio di indirizzi mail. Ma dobbiamo ricordarci che non siamo soli.

Ci sono centinaia di altre organizzazioni in questa metropoli che lavorano su alcuni aspetti delle stesse questioni. Ci sono organizzazioni che lavorano sul riscaldamento globale, altre che si

occupano di energie rinnovabili, di percorsi in bicicletta, di orticultura urbana, di rifiuti e di trasformare la scuola pubblica.

La nostra nascente rete locale di Transizione ha un ruolo da giocare in tutto questo –o forse più di un ruolo, all’interno di un contesto più ampio. E il contesto più ampio è, naturalmente, preparare i cittadini di Los Angeles alla crisi che dovremo fronteggiare per la convergenza di picco petrolifero, cambiamento climatico e recessione economica, tutto allo stesso tempo.

Uno dei nostri ruoli è portare avanti un discorso integrato, guardare a queste tre crisi nel loro aspetto complessivo. Ci sono molte organizzazioni che guardano solo ad un aspetto, per esempio informando la popolazione sul riscaldamento globale senza integrare il picco del petrolio nel loro discorso. Sta a noi del movimento di Transizione ricordare i collegamenti tra i tre problemi, presentandoli sempre nella loro completezza.

Sta a noi far notare quando una cosiddetta “soluzione” potrebbe funzionare per contrastare il riscaldamento globale ma non è fattibile in un momento di recessione economica. Sta a noi arrivare, preparati e bene informati, davanti alle commissioni di urbanistica per far emergere anche lì i possibili effetti di questa triplice crisi. Sta a noi far pensare la gente a come risponderemo a questi tre problemi, insieme.

Posso fare una domanda?

Tutto questo lo facciamo ponendoci dalle parte di quelli che fanno le domande. “Come funzionerà questa strategia, considerando il picco del petrolio?” “Come pensa di poter ottenere questi risultati in un’epoca di recessione economica?” Ponendo educatamente le domande giuste al momento giusto forse stiamo piantando i semi di una nuova idea, stimolando la creatività dei membri di un’altra organizzazione a progettare nuove strutture.

Transition LA ha suggerito ad un’organizzazione non-profit che si occupa di piantare alberi in città di pensare a come sarebbero cambiate le loro attività in un contesto di picco petrolifero. Abbiamo incoraggiato un’associazione per la giustizia ambientale a prepararsi per continuare a lavorare nonostante la recessione, perchè avremo sempre più bisogno di loro all’emergere di nuove disuguaglianze sociali.

Un altro dei nostri ruoli è quello di facilitare. Perché là dove si apre uno spazio in cui possano succedere cose buone, succederanno. Così con la conferenza “La Vita dopo il Petrolio”, tenutasi nel Settembre 2008, si è aperto uno spazio per far emergere il movimento di Transizione a Los Angeles.

E’ importante ricordare che non dobbiamo fare tutto da soli. Non dobbiamo organizzare ogni laboratorio di riappropriazione di conoscenze nell’area metropolitana di Los Angeles. La vastità di un tale progetto sfiora il ridicolo, e comunque ci sono già migliaia di individui qualificati e organizzazioni in gamba che stanno facendo un ottimo lavoro. E la stessa cosa si può dire di tutte le grandi città.

Tessere Sogni

Il che ci porta a parlare di un altro dei nostri ruoli: il tessitore. Noi, che abbiamo afferrato quali siano le tre sfide che abbiamo di fronte e che abbiamo un senso del ventaglio di soluzioni necessarie per affrontarle, siamo in una posizione unicamente favorevole per aiutare le persone a lavorare insieme.

Potremmo chiamarlo networking, ma la mia idea di quello che serve va oltre le vecchie definizioni del “fare rete”. Non si tratta solo di presentare le persone fra loro, come si fa per un incontro di affari, bensì di intessere la rete di strutture nuove. Creando nuovi modi per permettere alle persone di cooperare, stiamo tessendo la stoffa di cui sarà fatto il futuro.

Si potrebbe dire che è una sfida impossibile. Ma ci stiamo lavorando. E se possiamo farlo noi a Los Angeles, lo si può fare da qualunque parte.

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