2011 – Comincia qui l’economia della felicità? 2

Per chi, come me, aspettava il proseguio del primo post sull’economia della felicità, eccovelo direttamente dal blog di Transition Italia, buona lettura:

Avvertenza: post lungo, dotarsi di caffé biscotti, sedia comoda, atmosfera ovattata, ecc…

Ecco che provo a dare seguito al precedente post di inizio anno su questo tema (scusino il ritardo lorsignori ma qui si transisce selvaggiamente e il tempo che resta è proprio poco). Per chi arrivasse ora, suggerisco caldamente di leggere quanto già scritto, sennò (forse) non si capisce niente.

Dove eravamo rimasti?

Ci eravamo lasciati con quello strano miscuglio di angoscia e senso di vuoto che attanaglia quasi tutti quando si trovano a contemplare la realtà di questo mondo per come è invece che per come ci è normalmente presentata (quando poi scoppiano le centrali nucleari, l’angoscia aumenta).

Ci eravamo lasciati con la raccomandazione di impegnarsi a escludere dai nostri pensieri i concetti di colpa, l’idea dei buoni e dei cattivi, le categorie della destra e della sinistra ecc.

La molla

Bene. Ora è il momento di parlare della molla. Donella Meadows, che si occupava di studiare come funzionano i sistemi complessi (1), proponeva ai propri sudenti uno strano esperimento (quello che faccio anche io all’inizio dei miei tTalk – qui un esempio un po’ grillinizzato, ma magari utile). Si presentava con una molla giocattolo, una di quelle che sanno scendere le scale, e la appoggiava sul palmo della mano tenendone con l’altra mano l’estremità superiore. Poi, davanti alla platea, sfilava la mano sotto la molla e questa si allungava verso il pavimento compiendo una bella serie di su e giù. A questo punto la Meadows chiedeva al pubblico: “Perché la molla ha fatto quello che ha fatto?”.

Le risposte generalmente sono “Perché hai tolto la mano” o “Perché c’è la forza di gravità”. A quel punto la nostra scienziata ripeteva l’esperimento sostituendo la molla con la scatola di cartoncino in cui questa viene venduta nei negozi. Quando sfilava la mano da sotto la scatola, ovviamente, questa non si comportava come la molla. Eppure aveva sfilato la mano. Eppure nessuno aveva nel frattempo “spento” la forza di gravità.

Questo giochino fa emergere in modo evidente una nostra attitudine. Quando cerchiamo le cause di ciò che ci accade intorno, quando interpretiamo la realtà, siamo portati naturalmente (e culturalmente) a concentrarci su certi aspetti trascurandone altri. È evidente che la molla è un sistema dotato di sue caratteristiche intrinseche particolari e quindi tende sempre a comportarsi “da molla”, così come la scatola tende a comportarsi “da scatola”.

Qui viene il concetto che ci interessa molto: se vuoi trasformare una molla in una scatola devi cambiare una serie di caratteristiche fondamentali del “sistema molla”. Se per esempio provi a dipingerla dello stesso colore della scatola, ti può sembrare di aver fatto qualche passo avanti nel processo di trasformazione da un’oggetto all’altro, ma quella è ancora una molla.

Insomma, se non si modificano le meccaniche profonde del sistema, nulla cambia.

Primo passo: pulirsi gli occhiali

Qui mi ricollego al post precedente. Il cambiamento comincia a diventare possibile solo nel momento in cui ci rendiamo conto di com’è veramente il nostro sistema. Un po’ come nell’esperimento della Meadows, una volta che tu capisci cosa lei regge nelle mani non è difficile immaginare in anticipo che la molla o la scatola si comporteranno da molla e da scatola perché riusciamo facilmente a comprendere quei semplici sistemi e prevederne le reazioni.

Il sistema “Pianeta Terra” è ovviamente infinitamente più complesso e difficile da interpretare (la presenza di 7 miliardi di bipedi autocoscienti complica le cose in modo ulteriore), ma sappiamo bene che alcuni concetti generali, una volta che ci entrano in testa, diventano ovvi: non si possono consumare tutte le risorse, non si può crescere all’infinito in un pianeta finito, non si può essere tutti ammalati per sostenere il PIL ecc.

Ci sono però concetti più sottili, sfuggenti e molto meno ovvi che si vedono meglio solo se si cambia atteggiamento di osservazione, è come quando pulite le lenti degli occhiali appannati per poter vedere meglio. Ecco, per vedere meglio pulite le lenti accantonando le ideologie, i buoni e cattivi, le colpe e meriti, le religioni, i partiti, i luoghicomuni, la voglia di battaglia, di nemici ecc. ecc. ecc.

Ora e tutto un po’ più chiaro e in questa luce si possono finalmente osservare anche le colonne del sistema, le vere spire della molla, quelle che la rendono così immutabile e sempre simile a sè stessa.

Una cosa molto importante da capire è che se non riusciamo a intervenire su questi elementi sarà difficile, per non dire impossibile, cambiare davvero il funzionamento del sistema. Anche quando si cercherà di fare cose utili al cambiamento queste verranno ricondotte alla logica generale o moriranno nel nulla.

Questa sembra essere una delle ragioni per cui 40 anni di ambientalismo e attivismo sociale hanno prodotto risultati quasi nulli.

Un accenno alle colonne

Una delle ragioni per cui il processo di Transizione sembra funzionare meglio di altri approcci è probabilmente il fatto che il percorso che propone permette di muoversi liberamente nonostante la presenza delle colonne fondamentali del sistema.

Provo a indicarvene qualcuna:

la competizione (2)
gli interessi sul debito
la costruzione della realtà percettiva
la carenza di pensiero sistemico
la colpa

sicuramente ce ne sono molte altre e si potrebbe scrivere un libro (in realtà ne sono stati scritti decine e decine) su ognuno di questi aspetti del nostra struttura sociale. Sono campi di studio interessantissimi e sterminati.

Un piccolo gruppo di persone vicine

Ecco, per fare sì che il processo di Transizione si avvii nel migliore dei modi bisogna cominciare a costruire uno spazio in cui le regole di questo sistema si stemperano e lasciano spazio ad altro. Il modo migliore per farlo è cominciando da un piccolo gruppo di persone fisicamente vicine, quelle con cui condividiamo il nostro spazio vitale primario, nel luogo dove viviamo.

Perché vicine? Perché questo spazio va ancorato a qualcosa, qualcosa che deve avere la possibilità di conservarsi nel tempo, anche in tempi complicati come questi. Le persone fisicamente attorno a voi sono quelle con cui dovete e potete costruire la resilienza che servirà nei prossimi anni. Sono quelle con cui dovete e potete interagire in ogni caso e sono quelle con cui potete sviluppare quel tipo di “potere” che è può cambiare tutto in tempi anche brevi.

Forse possono esistere altri modi, forse li scopriremo, ma al momento sappiamo che questo può funzionare e, una volta radicato un nucleo di diversità in un angolo del sistema che non risponde più alle regole generali, si può cominciare a cambiare il sistema stesso.

Se curate bene il COME fate le cose, finirete per scoprire che non troverete nemmeno resistenza al cambiamento, spesso finirete a sfondare porte aperte. Chi sta facendo questa esperienza da poco più di due anni a Monteveglio comincia a capire che è vero.

Quello che conta davvero

La parte difficile è capire cosa conta davvero, che si deve curare il COME e non il COSA, ci si deve concentrare sul processo e non sulle cose da fare. Se nel COME riusciamo a stare lontani dai soliti meccanismi, il COSA sarà conseguentemente quello giusto (la permacultura serve a questo). Se avete raccontato a tutti com’è il mondo verrà piuttosto naturale capire dove dirigersi nel futuro.

Quando mi chiedono “COSA avete fatto di pratico a Monteveglio?” io di solito sono restio a rispondere, vorrei che mi chiedessero COME lo abbiamo fatto perché se dico che ci sono dei nuovi pannelli fotovolaici sui tetti chi mi ascolta si trova istantaneamente catapultato nel sistema, prigioniero della molla. E così vuole sapere quanti sono i pannelli, quanto li abbiamo pagati, che potenza erogano, se abbiamo risparmiato comprandoli in gruppo, se funzionano meglio di altri, ecc. tutte cose interessanti, ma non utili a cambiare il paradigma.

Quella che conta è la storia di come quei pannelli sono arrivati sui tetti, è quella storia che cambia la realtà e ne rende possibile una completamente nuova.

Un esempio

Quando facciamo incontri sul fotovoltaico (ho preso questo esempio, ma vale per tutte le cose che facciamo) noi spieghiamo che gli incentivi statali non sono garantiti (nessuno può veramente garantirli in una situazione come questa) e che il prezzo d’acquisto non è la nostra prima preoccupazione. Già solo questo cambia la storia dei nostri pannelli, già solo questo modifica la realtà culturale della comunità.

In una cittadina molto vicina a noi hanno organizzato un altro gruppo d’acquisto e subito hanno cominciato a dirci “noi faremo più impianti di voi”. Erano assolutamente bene intenzionati, scherzavano, ma ecco la competizione: farne di più è meglio. 100 impianti sono meglio di 50 o 20? Se sei nel modello della crescita sicuramente sì. Se stai facendo la Transizione, dipende. Dipende dalla storia di ognuno di quegli impianti.

In questi giorni ci sono famiglie a Monteveglio che stanno installando il loro impianto sul tetto e quando li provoco dicendo “certo che se lo facevate lo scorso anno gli incentivi erano migliori” rispondono “lascia stare gli incentivi, abbiamo capito che sta succedendo al mondo”. È qui che la storia della comunità cambia. E la vicinanza fisica tra le persone è fondamentale perché aumenta la densità culturale del cambiamento. Questo modo di ragionare contamina gli altri, fornisce nuove possibilità per elaborare la realtà delle cose. È così che ci si riappropria di responsabilità e libertà.

Dal piccolo al grande

Però poi, se ci pensate, il fatto che io riesca a farlo a Monteveglio è quello che poi vi fa venire voglia di farlo anche a voi, e addio alla dimensione locale, ed ecco un processo che si sta spargendo per il mondo velocissimo.

Spero di riuscire a spiegarmi, perché il segreto (se così vogliamo chiamarlo) è tutto qui.

Curate il COME

Lo stesso vale per la rinuncia alle dinamiche competitive, ci impediscono di progredire e di capire la realtà, di comunicare davvero con le altre persone. Ci portano a dividere chi ci sta davanti in amici e nemici. E attenti alle trappole, sono tutte già pronte: “una sana competizione fa bene”… a chi? Sono abbastanza sicuro che faccia bene alla molla, per il resto non saprei.

Liberatevi dalla molla e imparerete a individuare possibili sinergie ovunque, ma solo se ce la fate a rinunciare alle vecchie abitudini (così facile, così difficile):

Solo se aprite e garantite anche a tutti (TUTTI) uno spazio nuovo, fatto di nuove regole.
Solo se cercate sempre strategie in cui tutti vincono.
Solo se riuscite ad ascoltare.
Solo se riuscite ad accettare che ognuno faccia quello che può quando può.
Solo se riuscite a lasciare che la Transizione vada dove vuole andare.

Poi serve l’approccio sistemico, serve l’abbraccio

Credo che sia facile da capire, nel momento in cui una persona o una famiglia comincia a sganciarsi dal treno del sistema attuale, non si accontenta più di risolvere un singolo aspetto del proprio vivere. Entra davvero in un processo di Transizione, che matura giorno dopo giorno, un’ora alla volta, una settimana alla volta.

Perché questo accada è necessario che intorno a lei ci sia un processo in atto, un processo che gradatamente va a toccare tutte le cose. La spesa, la scuola, il cibo, l’energia, i rapporti, il lavoro, i giochi, il tempo libero. Ecco un’altra ragione che ci consiglia di lavorare prima di tutto “a distanza di passeggiata”. Gli altri livelli verrano poi…

Nelle fasi iniziali l’esistenza di un nucleo, di una rete di rapporti di prossimità è essenziale. La Transizione si fa con due chiacchiere mentre accompagni tuo figlio a scuola, poi altre due al bar, poi un pomeriggio al parco ecc. È in questa dinamica che si ricostruisce il primo embrione di una comunità diversa.

Eppure lo vedo tutti i giorni, piuttosto che trovare il coraggio di parlare con il nostro vicino di casa, siamo disposti a fare 400 km per partecipare a una conferenza e incontrare qualcuno che la pensa come noi. Arriviamo lì, ascoltiamo le cose che già sappiamo annuendo, poi torniamo a casa ad angosciarci.

Se volete, si può cambiare gioco.

(1) Thinking in Systems. A primer (solo in inglese) – Donella Meadows – Chelsea Green Publishing Company
(2) No Contest. The case against competition (in italiano fuori catalogo, si trova nelle grandi biblioteche – La fine della competizione) – Alfie Kohon – Mariner Books

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