La mia vita, piano B: “Piantare le patate”

Se state pensando all’orto (sappiate che ci siamo dentro ormai) vi consiglio questa (spassosa) lettura.

Da http://www.comedonchisciotte.org/… traduzione a cura di SUPERVICE

DI ANTONIO TURIEL – The Oil Crash

“Quest’anno pianteremo le patate”, mi disse un giorno mia moglie mentre ero in casa, e mi sembrò una buona idea.

“Mi sembra una buona idea”, le dissi, perché dico sempre quello che penso. E continuai a osservare le mie mappe di salinità della superficie marina come se nulla fosse.

È già da un po’ di tempo che a mia moglie ronza in testa di fare qualcosa dell’orto che la sua famiglia possiede in un paese vicino a casa nostra; già sapete che le donne hanno uno spirito molto più pratico degli uomini per il peak oil e per la fine della civilizzazione e del cioccolato, e mentre mi impegno per andare in questi luoghi di Dio per chiacchierare, “a salvare il mondo”, come mi dice, lei cerca di pensare a un modo per salvare la nostra famiglia. Il fatto è che io razionalmente sostengo queste iniziative, ma non ho fatto sinora un solo passo per metterle in pratica. Fino a questo fine settimana.

Avevo subodorato qualcosa, che questa volta si faceva sul serio, quando alcune settimane fa mio suocero e mia moglie mi avevano comprato una motoaratrice, davvero nuova, di queste che vanno con il manubrio. Venerdì ho sentito che diceva a mio suocero che “due sacchi ci bastano e ci avanzano”. Comunque, non avevo idea di quello che sarebbe avvenuto dopo. Se a me nessuno mi dice niente, non è che mi metto da solo a correre…

E il correre è una cosa che avviene di solito il sabato. Il sabato cominciò come tutti gli altri. Andando in piazza, portando la bambina alla piscina, correndo a mangiare… ma questo sabato mia moglie non c’era, era rimasta con i genitori “nell’orto”. “Guarda che bello, così continuano a tenersi in allenamento e poi mi raccontano. Che bello, iniziamo la transizione”, pensai. Non lo dissi a nessuno perché ero solo con mia figlia e anche se sono naturalmente sincero – l’abbiamo già detto -, se si spiegano queste cose a un bambino piccolo si rischia di essere assaliti da una valanga di domande. E questo quando non correggi il tuo coniuge con una frase tanto inopportuna, quanto vera.

Poi, dopo aver mangiato (e corso per portare la bimba facendo un percorso lungo, poi uno più corto…) mia moglie mi ha preso da parte e mi ha detto: “Bene, così puoi darci una mano mentre la bimba finisce.” Io stavo pensando alla pila di lavoro che mi aspettava nel portatile (quanto più piccolo è il computer, tanto più lavoro c’è dentro, è incredibile) e avevo un mal di testa e, non so, una qualsiasi altra scusa per non fare quello che dovevo. Ma era scritto: aveva un appuntamento nell’”orto” ed era per questo pomeriggio.

Pensavo che al ritorno avrebbero fatto almeno metà del lavoro. Non so se ne avevano fatto la metà, ma quello rimasto per me è stato abbastanza divertente. Avevano piantato, questo sì, tutto un solco coi bulbi germinati delle cipolle.

Intanto, dovetti passare la motoaratrice nella zona che dovevamo piantare. È una macchina come una carriola con un paio di ruote dalla forma di svastica che continuano a dissodare il terreno, tanto più a fondo quanto più si preme. La prima cosa che ho notato è che non è pensata per un tizio della mia statura; per spingerla a modo dovevo rimanere un po’ curvo. Si vede che i transizionisti sono uomini di 1,75 di statura, e per questo io devo essere un post-transizionista.

Stavo cercando proprio questo, oltrepassare la transizione, ma non volevo confondermi di nuovo, e sono rimasto a dissodare il terreno, preparandolo per tracciare i solchi della patata. Mentre continuavo a spingere questo attrezzo (che pesa un bel po’), mi è venuto in mente che non era troppo corretto fidarsi di una macchina che utilizza benzina, ma ho avuto l’impressione che il mio punto di vista non sarebbe stato preso in gran considerazione. A ben vedere, valutando le cause del picco del diesel, consumare un po’ più benzina non è neanche male, e poi la benzina va benissimo per uccidere le vespe (a volte muoiono solo dopo averla annusata), che qui sono una piaga.

Secondo mia moglie, il miglior momento per piantare patate nell’Alt Empordà era proprio quella fine settimana, ai primi di marzo. Per uno dei suoi genitori, il periodo era a metà febbraio e, se si piantano dopo, è troppo tardi. Secondo mio cognato, a metà marzo e se le pianti prima è troppo presto. Per un’amica di famiglia l’inizio di marzo va bene. Prima sorpresa: non c’è un’opinione chiara, anche se tutti sono convinti che, o fai come dicono loro, o ti rovini fragorosamente. E la cosa curiosa è tutti sanno come piantare le patate, almeno qui. La cosa è curiosa, perché io non ne ho la minima idea.

Un altro tema segnato dalle differenze è stato se si doveva piantare la patata germinata e tagliata, oppure no; si è polemizzato persino sul numero di tagli (2, 4 o 6). È invece chiaro a tutti che, se si piantano le patate germinate, il germoglio deve puntare verso l’alto per aiutare la pianta nello sviluppo. Noi optiamo per la strategia dell’antico affittuario dell’orto (non mi domandate perché), che consiste nel comprare patate piccole e seminarle senza farle germinare. Come mi raccontava mio suocero mentre mi stava insegnando ad aprire il solco seguendo la guida di uno spago, l’antico affittuario otteneva tra i 18 e i 20 sacchi di patate per ogni sacco che piantava. “Un EROEI quasi pari a 20”, ho pensato, ma dopo mi sono perso nel conteggio, sul fatto che certamente non si deve registrare come patata-energia la patata-materia prima, anche se ancora la cosa non mi è chiara. La zappa che è giunta nelle mie mani mi ha distratto da una riflessione tanto assurda.

Ho accolto il compito di tracciare i solchi con entusiasmo, ma a metà strada (circa 25 metri), ero già stanco. “Quante patate piantiamo?”, ho domandato. “Solo due sacchi da 25 chili, per provare, per allenarci”, mi disse mio suocero. Cinquanta chili di patate. Prima goccia di sudore freddo. Se lo moltiplichiamo per 20, esce fuori una tonnellata! Per fortuna, visto che siamo imbranati, non riusciremo assolutamente a tirare fuori una quantità del genere; altrimenti, questa estate mi vedrete a una bancarella della fiera regionale della patata…

Continuavo a darci di zappa, e ho notato come tira le braccia e le gambe. Non è la prima volta in vita mia che prendo in mano una zappa, ma è la prima volta che la uso così tanto. Mentre avanzavo, gli altri continuavano a piazzare le patate, ogni 30 o 40 centimetri, in modo che i getti non si disturbino tra loro. Quando sono già posizionate, si rovesciano sulla superficie un paio di colpi di zappa, 7 centimetri di terra, al massimo 10. Mio suocero risolve tutto con mano esperta, due colpi ogni patata; io, dopo un po’ di tempo, riesco solo a impanarle. Mi domando se siamo coscienti di quanto sia poco permaculturista il nostro modo di coltivare, ma ancora temo che le mie riflessioni non verranno prese nella giusta considerazione (o, peggio ancora, lo saranno).

Dopo aver finito il primo solco, sembrava di aver utilizzato solo un terzo di uno dei due sacchi. “Qui c’è da lavorare parecchio”, temevo. Per sfortuna, avremmo finito in un altro giorno, perché ora si deve andare a cercare la bambina. “Vado io e la porto qui”, ha detto mia moglie. Effettivamente, proprio una sfortuna…

Visto che non potevo fuggire, mi decisi alla fine di combattere a fondo. Mi dedicai con entusiasmo, senza fretta ma senza pause, alla nobile arte di tracciare i solchi seguendo il filo di spago. L’entusiasmo mi era durato metà solco, e il resto ho cercato di farlo alla meno peggio. Ma, poco dopo, è apparsa mia figlia, emozionata perché piantiamo le patate, e io non potevo deludere mia figlia, che pensa che suo padre sia il più saggio e più forte del mondo, poverina.

Per questo, mi sono impegnato a fare un altro solco. Abbiamo finito il primo sacco di 25 chili. Si stava facendo sera, e abbiamo rimandato al giorno successivo. E dopo una notte agitata (per altri motivi, che non sono venuti per caso), il giorno dopo, domenica, ho tracciato i tre solchi che mancavano, facendomi aiutare da mia figlia nell’ultimo, ossia, facendo reggere la zappa a tutti e due. Ora avevamo il nostro primo orto, coi 50 chili di patate e 10 chili di cipolle.

La notte della domenica credevo di essere Robocop, da quanto erano gonfie le gambe e le braccia. Dopo aver fatto il bagno e dato la cena ai bambini, finalmente sono arrivato a letto, col piacere di poter affidare al materasso le mie membra doloranti. Mi stavo abbandonando a quella piacevole sensazione quando mia moglie mi disse: “Tra due settimane potremo già piantare i pomodori e poi a scaglioni la lattuga.” È l’ultima cosa che ricordo, non so se mi addormentai o svenni direttamente.

Epilogo: questo post è dedicato alle persone che si preoccupano per il mio futuro, perché non dedico tempo sufficiente alla preparazione della mia personale transizione. Fortunatamente ci sono persone a me vicine che mi sanno indirizzare.

Per alcuni giorni me ne andrò nella punta del naso della Francia. Al ritorno farò un altro post analitico.

Saluti

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