Disastri e emergenze: siamo resilienti?

Un post dal blog di Transition Italia scritto da Ellen Bermann. Sono riflessioni e proposte su cui stavo ragionando subito dopo il sisma e che volevo allargare a chi è interessato;  se volete replicare direttamente potreste farlo sulla pagina del post originale:

http://transitionitalia.wordpress.com/2012/05/21/…

Se invece siete interessati a ragionarci e capire cosa potremmo fare insieme, lasciate un commento qui. Intanto Buona lettura.

Certo, la Transizione mira a creare comunità resilienti che sappiano rispondere alla crisi sistemica. Un percorso, che richiede certo il suo tempo, fatto di attività di sensibilizzazione, creazione di relazioni, visioni, progetti, ecc.

Ancora una volta i drammatici eventi del terremoto in Emilia hanno chiamato nuovamente la nostra attenzione sul tema dell’emergenza e degli eventi straordinari:

– Cosa facciamo se dovessimo trovarci in situazioni collettive di emergenza, disastri e imprevisti di vario genere? Siamo resilienti ?

– Potrebbero i gruppi di transizione includere una sorta di preparazione della comunità locale alle emergenze e alle calamità naturali ?

– Come costituire un possibile piano di  emergenza e mutuo soccorso?

– Quali strumenti utilizzare e cosa potrebbero essere i passi più significativi?

Nella proposta transizionista di “prendersi le proprie responsabilità” quanto ipotizzato potrebbe sembrare in buona coerenza. Il perché farlo, altrettanto. Del resto, ipotizzando già scenari ben diversi dall’attuale status quo, chi cerca di preparare la propria comunità alla transizione, è ben consapevole delle variabili e delle incertezze all’orizzonte. In più, con una disgregazione  sempre più evidente di strutture come la Protezione Civile, che anni fa era molto efficiente in quanto disponeva anche di ben maggiori risorse economiche e umane (che oggi non ha più), questo potrebbe rivelarsi vitale.

Su cosa fare esattamente, butto lì qualche idea e stimolo – con l’auspicio che possano essere integrati e ampliati da suggerimenti che arriveranno tramite questa rete:

1) Analisi e individuazione dei rischi su diverse possibili calamità improvvise, definizione vulnerabilità (aree, soggetto, periodi), individuazione possibili aree di rifugio collettive sicure

2) Costituzione di un gruppo di coordinamento per le emergenze (che si coordina eventualmente con la protezione civile)

3) Organizzazione di attività di formazione e autoformazione (es. redazione piccolo manuale con indicazioni cosa preparare e tenere approntato – anche in caso di eventuali evacuazioni)

4) Preparazione e verifica ausili di emergenza (strutture, strumentazioni, rifornimenti, derrate alimentari, acqua, ecc.)

5) Messa a punto di strategia di contatti e comunicazione  dopo l’eventuale disastro, eventualmente creando anche una rete tramite Twitter, CB, ecc. – oppure creando delle  reti di mutuo supporto (ogni persona è connessa ad almeno altre 3 persone della comunità e verifica lo stato di bisogno reciproco)

6) Costituzione di piccoli gruppi di mutuo supporto che possano fornire accoglienza anche in seguito in modo da non avere più sfollati senza casa ma fare in modo che trovano accoglienza presso altre dimore.

Forse potrebbe avere senso pensarci. Ora. Per favore dite la vostra.

Post originale: http://transitionitalia.wordpress.com/2012/05/21/…

3 thoughts on “Disastri e emergenze: siamo resilienti?

  1. gli spunti che hai scritto sono già un bel programma di azioni sulle quali poter lavorare. occorre volontà e convinzione . una delle più immediate e prevedibili criticità che potrebbe verificarsi è quella dell’assenza di energia elettrica o di carburante per le auto. il tema è molto vicino al percorso della Transizione. mancherebbero gli approviggionamenti alimentari e i farmaci. l’altro problema anche imminente è il collasso del sistema sanitario. per il momento non mi soffermo sulle calamità naturali. mi piacerebe lavorare alle azioni n 4 e 6 che hai indicato. per quanto riguarda la 2 si potrebbero passare in rassegna coordinamenti e relazioni che già esistono. penso che anche i nuovi programmi delle Nazioni Unite che parlano di Città Resilienti (da almeno 10 anni) abbiano questi obiettivi molto concreti che preparano le società a diventare meno vulnerabili ma allo stesso tempo aiutano nei momenti di avvenuto disastro. tutto questo non potrà più avvenire solo “dall’alto” . poichè la parola “dal basso” non mi piace più , dirò che tutto questo dipenderà da noi e da chi come noi comincerà a pensarci e ad agire. c’è un reconto anche succinto sui contenuti dell’ultimo incontro a nuovaterraviva ?magari può scriverlo qualcun altro invece dell’instancabile e resiliente pierre?? ciao

  2. il mio ragionamento non è molto chiaro nemmeno ame stessa e per questo mi preoccupa anche di più. Nasce da una sensazione di incapacità quasi generale a capire quali sono i rischi reali di quello che ci circonda e il terremoto è un esempio lampante, in un articolo sul Corriere del 1 giugno (Il tweet preso sul serio e gli allarmi non ascoltati di G.A. Stella) si ragiona su come mai si è più preoccupati di un sms che predice la data e l’ora di una scossa che dei tanti allarmi veri lanciati da esperti e non relativi alla fragilità di tutto il nostro sistema ambierntale.Noi umani siamo davvero strani è più facile sentire per strada gente che parla della fine del mondo e di Nostradamus che di ambiente e futuro sostenibile, pur essendo questi argomenti che non hanno più bisogno di essere dimostrati. e allora?ciao Mara

    • Ciao Mara,

      molto interessante; l’idea che mi sto facendo è che siamo come programmati per fronteggiare un pericolo immediato (l’ SMS di cui parli) che un pericolo dietro l’angolo; non quello subito davanti a te di angolo, per quello funzioniamo ancora, ma quello successivo (la sostenibilità, i rischi posti dal picco del petrolio, dal cambiamento climatico, etc…).

      Perché? Alcuni dicono che non siamo programmati così. Nel nostro DNA c’è la memoria storica evolutiva che ci trova preparati a rispondere al pericolo immediato ma non a quello a lungo termine.

      Un’altra cosa che ho notato: c’è una grande difficoltà a gestire emotivamente questi pericoli che hanno da venire. E qui funzioniamo per estremi, Nostradamus e l’Apocalisse (irrazionali) ci spaventano, ci “agitano”, altre cose più razionali (ma lontane)… calma piatta.

      Da qui, a mio parere, la scarsa propensione che abbiamo per la prevenzione. Qualsiasi cosa odori di prevenzione, viene sminuito, viene scansato, “vedremo” “troveranno delle soluzioni” “ma chi lo dice”; non vogliamo ragionare/considerare la catastrofe come possibile ed attrezzarci prima.

      Siamo bizzarri eh! :-)

      Discorso molto intrigante, da continuare ed approfondire.

      Grazie
      Pierre

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